All’ottava settimana di quarantena, credo che ormai la mia parola sia desiderio.

Ne ho cambiate tante in queste ore senza tempo, attraversandole giorno dopo giorno come territori riarsi e sconfinati: traumapauratristezzaspazioperditasilenziofuturopazienza… 

Tuttavia adesso, nei giorni sempre uguali, nei pomeriggi trascorsi a guardare il mondo dalla finestra, si apre in me un robusto desiderio di trasformazione.

D’altra parte, la vita che fa esperienza del limite, dell’argine, dell’impossibile, è in grado di generare il desiderio. 

Così la clausura, le mura delle nostre case che si stringono sulle nostre spalle, i margini oltre i quali non possiamo spingerci, ci portano a soffermarci più a lungo sulla nostra natura più autentica e a decidere, una volta usciti da qui, cosa tenere di noi e cosa buttare via.  A definire verso cosa voler tendere.

Il dramma della pandemia ci ha già cambiato: andremo fuori dalle nostre abitazioni un passo alla volta, tentennando, insieme alle nostre incertezze, ma forse senza troppi infingimenti. 

Muovendoci, probabilmente, in altre direzioni rispetto alle traiettorie che avevamo tracciato prima del Covid, stupendo i nostri vecchi noi prima degli altri. 

E quando, nelle notti d’estate, vedremo in cielo una stella che cade, non avremo dubbi sul desiderio da esprimere. 

Isabella Pedicini

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