Mi trovo nell’emergenza a patire la distanza che è uno sforzo d’immaginazione, di significare uno scenario che non c’era, dove io non c’ero.

Adotto ogni giorno una parola che tento di spiegarmi e di ridisegnare nelle stanze abitate dalle voci spesso urlanti dei miei figli che non mi ascoltano, ma riescono a performare meglio di me il nuovo presente: il dopo?

Mi chiedo e mi chiedono quando finirà e cosa faremo dopo?

Scrivo post, ma a volte mi sento tardiva e dispersa in un immaginario ancora da riempire, da conquistare, da non rendere postumo.

Voglio un presente che mi vede, che mi chiede, che risponde non solo a me, ma al mio corpo negato e alle voci che meravigliosamente desiderano, sperano, giocano alleviando i postumi e scambiando la paura con il dopo che non dev’essere postumo.

Raffaella Vitelli

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