C’è chi vive di lato per dettato della genetica, chi per biografia, chi per storia.

È il margine che definisce testo e contesto: territori e tessuti umani che taluni scelgono di non abbandonare e di non lacerare.

Ho visto certi abitatori del margine innescare, attraverso la cultura, la ricomposizione di luoghi comuni che si fanno luoghi-in-comune.  Ricostruire dal margine e fare reti di comunità locali. Riconvertire spazi chiusi in beni comuni, aperti.

Conosco, in particolare, certi marginali che più marginali non si potrebbe. Sono “interni” e “meridiani”, sospesi tra montagne e colline, in mezzo all’Appennino meridionale.  Una contraddizione solo apparente, risolta dalla fattualità del reale.

Per scelta e per destino, sono una specie di crinale messo a separazione tra stasi e crisi: una genetica storcigliata, biografie inconcluse, una storia diversa.

I marginali: i riammagliamenti dopo la slabbratura.

Perché il margine è pure questo: la saldatura della ferita.

Gianluca Aceto

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