Ho voluto fissare le immagini di questa quarantena. In particolare ne ho voluta fissare una. Quella che vedo dalla finestra situata al fianco della scrivania sulla quale progetto, sulla quale scrivo, sulla quale immagino il mio futuro.

Ho voluto far caso a tutto ciò che cambia ogni 10 giorni dalla stessa inquadratura. Di come la primavera, ma anche le altre stagioni lo fanno, seppur in maniera meno dirompente, cambi la mia vista in silenzio. O in quello che io reputo silenzio.

Questo correre indefinito e frenetico ci toglie dagli occhi i movimenti delle piccole cose. Infiniti movimenti che si svolgono celandosi alla nostra corsa quotidiana. È folle, no? Guardiamo allo specchio i nostri cambiamenti con attenzione. Ma non cogliamo ciò che vive dinanzi ai nostri occhi.

A questo punto anche i miei progetti, i miei scritti, le immagini del mio futuro sono concepiti in un luogo asettico della mia mente? Dovrebbero vivere insieme al contesto in cui sono ubicati. In parte lo fanno, ma probabilmente non riescono ad avere alcun rapporto continuo con esso.

Mi sto chiedendo, dinanzi a questa finestra, come faccia ad aver uno sguardo così distratto verso ciò che mi circonda. È una cosa che mi tormenta. 

Perché per indole ho sempre cercato di interagire con tutto ciò che ho intorno, in primis persone e contesto sociale. 

Possibile che non vedendo la vita naturale attorno a me mutare, faccia lo stesso errore anche nel guardare la società che mi circonda?

Non è vero che siamo chiusi in casa. O in parte è vero. Ma tutto va avanti, ed anche da dietro una finestra, c’è un fiume di vita che scorre.E forse, questa volta, ho avuto il tempo di prenderne coscienza.

Donato De Marco

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