In Italia c’è sempre stata una grande necessità di tutela degli operatori dell’arte contemporanea. Durante questa emergenza il governo ha fatto qualche passo avanti; il lockdown ha evidenziato la fragilità di e tante organizzazioni e strutture che stanno lavorando sul dopo.

È sempre più emergente la differenza tra il nostro paese e altri Stati europei su questo tema. È difficile, ad esempio, capire di quante persone parliamo.

Le banche dati di istituti di statistica li aggregano ad altre categorie. Eurostat , ad esempio, raggruppa “Persons working as creative and performing artists, authors, journalists and linguists”. Gli ultimi dati, relativi al 2018, indicano 137,7 persone ogni mille abitanti, in Italia, impiegate in questi settori (sopra ci sono solo Germania, con 393,1 e Francia, con 244,3). L’ Istat , ricercando la professione “artista”, rimanda alle “Professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione” che, alla categoria “ Specialisti in scienze umane, sociali, artistiche e gestionali ”, comprende gli “Specialisti in discipline artistico-espressive”, che consta di tre specificità: “Pittori e scultori”, “Artisti di varietà”, “Acrobati e artisti circensi”. 

floor

Molti artisti e molte organizzazioni hanno lanciato appelli e stanno sensibilizzando molto su questo tema.

Il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini, che ha firmato il 22 aprile un decreto che “avvia le procedure per il riparto di 20 milioni di euro a sostegno delle realtà delle arti performative che non hanno ricevuto contributi provenienti dal FUS nel 2019”

Mancano però programmi e riferimenti precisi (ad esempio) agli artisti visivi e agli spazi dell’arte che sono fortemente penalizzati da questa emergenza.

Fa il punto su questo argomento Francesca Guerisoli in questo articolo apparso sul Sole24Ore. Buona lettura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *