Ebbene la clausura emersa come condizione necessaria durante la pandemia ha fatto parlare il Convento come luogo vivo e abitato da tante persone che possono considerarsi quasi nuovi monaci, volontariamente impegnati in progetto di rigenerazione culturale dalle forti componenti sociali. Riflessioni, visioni, desideri e proiezioni reali e non hanno reso questo tempo un momento storico nuovo e intenso che, nonostante tutto il dolore e la paura vissuta, ha generato la voglia di superare i confini e di sentire ancora più forte la dimensione umana come condizione necessaria per scrivere qualsiasi progetto di presente e di futuro.Cosa facciamo ora? Cosa vogliamo dagli altri e dai nostri vicini-prossimi? Riapriamo nel segno del cambiamento per riabitare questo luogo ancora come margine…È il margine che definisce testo e contesto: territori e tessuti umani che taluni scelgono di non abbandonare e di non lacerare.
Ho visto certi abitatori del margine innescare, attraverso la cultura, la ricomposizione di luoghi comuni che si fanno luoghi-in-comune.  Ricostruire dal margine e fare reti di comunità locali. Riconvertire spazi chiusi in beni comuni, aperti.
Conosco, in particolare, certi marginali che più marginali non si potrebbe. Sono “interni” e “meridiani”, sospesi tra montagne e colline, in mezzo all’Appennino meridionale. Una contraddizione solo apparente, risolta dalla fattualità del reale.
Per scelta e per destino, sono una specie di crinale messo a separazione tra stasi e crisi: una genetica storcigliata, biografie inconcluse, una storia diversa.
I marginali: i riammagliamenti dopo la slabbratura. Ora è il tempo della Cura.

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